Dazi, energia, credito: la cooperazione agroalimentare italiana e trentina al Festival dell’Economia di Trento

Al Festival dell’Economia di Trento, mentre la città discuteva di intelligenza artificiale e scenari globali, la cooperazione agroalimentare trentina e italiana ha scelto di fare i conti con la realtà quotidiana del territorio.

L’incontro si è tenuto stamane, nel panel “L’agroalimentare italiano sfida il caos globale”, promosso da Confcooperative in collaborazione con Cooperazione Trentina al “Cloud” di Piazza Duomo. Sul palco Giorgio Mercuri, vicepresidente di Confcooperative con delega all’internazionalizzazione, e i vertici di tre cooperative trentine di eccellenza: Luca Rigotti, presidente di Mezzacorona, Michele Plancher, direttore generale di Sant’Orsola, e Stefano Albasini, presidente di Trentingrana.

A inquadrare la posta in gioco è stato Mercuri con i numeri: “Produciamo oltre il 60% del vino italiano, il 50% dell’ortofrutta e il 70% del lattiero caseario: la cooperazione rappresenta il made in Italy nel mondo. Nel 2025 abbiamo superato i 70 miliardi di export, mentre nel 2015 non arrivavamo a 50. Una crescita che dimostra l’eccellente reputazione che i nostri prodotti si sono guadagnati sui mercati esteri”. Confcooperative, ha ricordato, è presente ai livelli più alti dei tavoli europei e in costante confronto con ministero e governo: un ruolo conquistato con la fiducia costruita nel tempo.

Luca Rigotti, presidente di Mezzacorona, ha fotografato senza sconti la situazione del vino. “Stiamo attraversando un momento di crisi”, ha detto, indicando nel mercato statunitense il fronte più caldo: “Il problema dazi e il rapporto di cambio euro-dollaro stanno erodendo in maniera importante i margini del nostro lavoro”. A pesare, in parallelo, l’aumento del prezzo del petrolio che si riversa sui costi dei materiali.

La risposta, secondo Rigotti, non può essere solo difensiva: “Dobbiamo non solo resistere, dobbiamo essere resilienti, seguire le nuove tendenze di mercato, interpretare i gusti del consumatore, essere più dinamici anche sui mercati alternativi dove ci siamo già ma dove dovremmo essere più incisivi”. Il pacchetto vino approvato di recente dalla Commissione europea — con misure di promozione nei Paesi esteri e sostegno all’enoturismo — va nella giusta direzione, ma non basta: “Una grande forza ce la dobbiamo mettere noi”. Rigotti ha anche indicato nella struttura cooperativa una condizione di sopravvivenza per il comparto: “La cooperazione permette a tante piccole imprese di restare sul mercato che da sole non ce la farebbero”.

Michele Plancher, direttore generale di Sant’Orsola, ha allargato lo sguardo al quadro complessivo del settore agricolo, elencando una serie di problemi che si sommano: cambiamenti climatici, mancanza di manodopera, accesso al credito, effetti delle crisi geopolitiche con l’aumento dei costi delle materie prime e dei trasporti. Sant’Orsola opera esclusivamente sul mercato nazionale e dunque non risente direttamente dei dazi, ma sconta appieno il differenziale energetico con i competitor europei.

Il dato che Plancher ha portato sul tavolo è impietoso: “Paghiamo l’energia circa 130 euro a megawattora rispetto ai 45 euro di Spagna e Portogallo, che sono i nostri principali competitor”. Gli investimenti in fotovoltaico — impianti che coprono circa il 90% del fabbisogno produttivo — mitigano ma non azzerano lo svantaggio. La soluzione strutturale, ha sottolineato, richiede un intervento urgente sia da parte del Governo che a livello di Unione Europea per una politica energetica comune.

Sul credito, Plancher ha quantificato un’anomalia sistemica: una domanda inevasa di un miliardo di euro l’anno, alimentata dalla difficoltà delle aziende agricole ad accedere al sistema bancario per mancanza di garanzie adeguate. “L’essere in cooperativa dà un sostegno fondamentale alle imprese”, ha concluso, ricordando che il modello cooperativo consente di costruire quel profilo finanziario che il singolo produttore non potrebbe mai presentare da solo.

Stefano Albasini ha portato la voce della zootecnia e dell’agricoltura di montagna. Trentingrana raggruppa 13 caseifici distribuiti sul territorio trentino: “Sono aziende molto piccole, non abbiamo economia di scala”. Le pressioni immediate sono sui costi — trasporti, carburanti, gas — e sul ricambio generazionale, uno dei nodi più critici per la sopravvivenza delle aziende zootecniche di montagna.

Le risposte adottate seguono due direzioni: aggregazione — fusioni e accorpamenti tra caseifici per creare economie di scala — e investimento energetico, con pannelli fotovoltaici sulle aziende e un biodigestore a livello consortile per la produzione di gas. Ma la partita decisiva, ha detto Albasini, si gioca a Bruxelles: “La Comunità europea deve avere un occhio di riguardo per la montagna e attuare una politica strategica per salvaguardarla”. La zootecnia di montagna non può essere trattata come quella di pianura, ha ribadito. E il richiamo va oltre l’economia: “Siamo un presidio sul territorio: sociale, ambientale e culturale”.

Il quadro che emerge dal panel è quello di un settore che affronta pressioni su più fronti contemporaneamente — geopolitica, energia, clima, demografia — ma che individua nella cooperazione la leva strutturale per tenere. Come ha sintetizzato Mercuri, la crescita dell’export cooperativo in un decennio — da meno di 50 a oltre 70 miliardi — non è il risultato del caso: è la prova che l’aggregazione, la reputazione e la proiezione internazionale costruite attraverso il modello cooperativo funzionano. La sfida, ora, è tenere quella rotta nel mezzo del caos.

Autore: Ufficio Stampa Pat