Cantina Toblino, identità e futuro nel calice
Dalla nuova Nosiola Metodo Classico al restyling della sede storica, la Cantina Toblino attraversa una fase di rinnovamento che unisce radici cooperative, identità territoriale e una visione sempre più orientata alla qualità e alla sfi da dei mercati contemporanei
La forza del legame con il territorio
Dopo aver fatto assaggiare in anteprima al Vinitaly la nuova versione di Nosiola – la quinta, quella con Metodo Classico, 36 mesi di affinamento, millesimato, che sarà lanciata sul mercato nel corso dell’estate – Cantina Toblino si appresta a vivere una nuova fase di rilancio. Tra pochi mesi, infatti, giungerà a conclusione il progetto di ristrutturazione della sede storica, segnando un passaggio importante nel percorso di crescita della cooperativa.
Un percorso che affonda le radici in oltre 65 anni di storia. Fondata nei primi anni Sessanta da un gruppo di viticoltori della Valle dei Laghi, la cantina è oggi una realtà solida e articolata, con oltre 500 soci e una superficie vitata complessiva di circa 780 ettari. Un territorio ampio e diversificato, che si estende dai dintorni di Trento fino all’Alto Garda e alle Giudicarie, con vigneti collocati tra i 200 e i 700 metri di altitudine, condizione che consente una produzione ricca e variegata.
Proprio il legame con il territorio è uno dei punti di forza della Cantina Toblino. «Quando raccontiamo i nostri vini, raccontiamo questo territorio – spiega il direttore Denis Andreis –. Un percorso che nasce nei vigneti, prende forma in cantina e si completa nel rapporto con il mercato». Una visione che trova nella Nosiola la sua espressione più autentica: vitigno autoctono a bacca bianca, lavorato in diverse tipologie fino al Vino Santo, simbolo storico della produzione, di cui la Cantina ha conservato la preziosa collezione di etichette dal 1964 ad oggi.
Negli ultimi anni, accanto alla valorizzazione delle varietà identitarie, la cooperativa ha investito anche sulla sostenibilità, con una quota crescente di superfici coltivate in regime biologico (in primis i 40 ettari dell’azienda agricola di proprietà), e sul rafforzamento della propria presenza sui mercati, sia nazionali sia internazionali.
Tradizione e innovazione
La ristrutturazione della cantina storica si inserisce in questo quadro come un intervento strategico. Avviata nel 2025, l’operazione prevede la demolizione e ricostruzione di una parte degli edifici originari degli anni Sessanta, la riorganizzazione degli spazi e l’introduzione di tecnologie più avanzate per la lavorazione e lo stoccaggio del vino. Le vasche di cemento saranno sostituite con quelle in acciaio, che offrono maggiori garanzie qualitative, saranno ricavati maggiori spazi per lo stoccaggio e studiata una logistica interna più funzionale. Non solo: saranno riorganizzati meglio gli spazi dedicati al punto vendita e quelli riservati alla ristorazione, con wine bar dedicato.
Un investimento complessivo significativo (8 milioni di euro), che comprende anche la realizzazione di un nuovo impianto di depurazione, e che punta a migliorare l’efficienza produttiva e la qualità complessiva.
«Nel 1960 i soci fondatori hanno scelto di unirsi per dare prospettiva alle loro aziende – ricorda il presidente Paolo Valenti –. Oggi portiamo avanti quello stesso spirito, con la consapevolezza che solo facendo squadra si possono affrontare investimenti importanti e guardare al futuro con fiducia».
Un futuro che si costruisce anche attraverso la capacità di innovare restando fedeli alla propria identità. Ne è un esempio il prodotto celebrativo realizzato per i 65 anni della cantina: 65x65, un Antares Trentodoc affinato 65 mesi sui lieviti, accompagnato da un’etichetta che richiama, in chiave contemporanea, quella delle origini. Un omaggio ai soci fondatori e a tutti coloro che, negli anni, hanno contribuito a costruire questo percorso cooperativo.
In un contesto di mercato complesso e in continua evoluzione, tra incertezze internazionali e sfide climatiche, la Cantina Toblino continua così a investire, con una visione chiara: «I nostri vini – conclude Andreis – ambiscono da sempre a esprimere un’identità, costruire relazioni autentiche con i consumatori e generare valore per il territorio. Una visione che, da oltre mezzo secolo, trova nella cooperazione la sua forza».
