Microaggressioni e linguaggio ampio: le parole che pesano nei luoghi di lavoro
Nessuno fatica ad usare la parola sarta o commessa invece dei corrispondenti maschili. Il femminile scatena dibattito però per professioni come notaia e avvocata. E questo dimostra che la questione non è linguistica ma squisitamente socio-culturale. È uno dei passaggi centrali emersi durante l’incontro “Il genere al lavoro: questioni linguistiche di una certa rilevanza”, promosso da Cooperazione Trentina negli spazi della Cloud di Confcooperative in Piazza Duomo nell’ambito del Festival dell’Economia.
Il confronto ha acceso i riflettori sul rapporto tra linguaggio, potere e rappresentazione sociale, affrontando temi come le microaggressioni verbali, il maschile sovraesteso, i femminili professionali e la necessità di sviluppare una comunicazione più consapevole nei contesti lavorativi.
“Il linguaggio permea la nostra realtà e nel lavoro ancora di più”, ha spiegato la linguista Stefania Cavagnoli, componente della Commissione provinciale pari opportunità tra donna e uomo. Le parole, così come i comportamenti non verbali, possono trasformarsi in microaggressioni: atteggiamenti spesso inconsapevoli ma capaci di generare disagio, esclusione e discriminazione. Frasi come “sei brava per essere una donna”, ha osservato, riflettono ancora una cultura paternalistica molto presente negli ambienti professionali.
Da qui i due inviti concreti emersi durante il dialogo: acquisire consapevolezza del proprio modo di parlare e imparare, talvolta, a trattenersi. “Magari pensiamo di fare un complimento”, ha sottolineato Cavagnoli, ricordando però che le microaggressioni producono effetti cognitivi e psicologici rilevanti: stress costante, maggiore fatica mentale, calo dell’autostima e persino conseguenze sul piano fisico e neurologico.
Per Vera Gheno, sociolinguista, il cambiamento linguistico è un fenomeno naturale, perché “la lingua è connessa alla vita”. In una società sempre più aperta e attraversata dalle differenze, diventa essenziale sviluppare quello che ha definito “linguaggio ampio”: un’evoluzione del linguaggio inclusivo che non distingue più tra “noi” e “loro”, ma riconosce la convivenza delle differenze e relativizza il proprio punto di vista.
Proprio sul tema dei femminili professionali, Gheno ha evidenziato come le resistenze emergano soprattutto quando il linguaggio riguarda ruoli apicali e posizioni di potere, ancora percepite culturalmente come maschili. “Non c’è alcun motivo linguistico per non usare i femminili professionali”, ha spiegato, sottolineando come il cambiamento linguistico segua inevitabilmente quello sociale.
Una questione socio-culturale, che va affrontata semplicemente attraverso la grammatica. Per entrambe le relatrici, infatti, ciascuno può contribuire al cambiamento culturale attraverso il linguaggio quotidiano. “Ognuno di noi ha un proprio megafono”, ha ricordato Cavagnoli. E Gheno ha concluso: “Noi siamo le parole che usiamo”.
L’incontro, moderato da Alessandro Girardi, responsabile dell’Area comunicazione e marketing della Cooperazione Trentina, è stato aperto dagli interventi istituzionali di Marilena Guerra, presidente della Commissione provinciale pari opportunità tra donna e uomo, Eleonora Da Ronco, presidente di Donne in Cooperazione, e Renata Nicoletti, presidente della sezione trentina di Fidapa. Le tre rappresentanti hanno condiviso la convinzione della necessità di fare rete tra associazioni e realtà del territorio per sensibilizzare su questi temi e promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione anche nei luoghi di lavoro.