La via cooperativa al green passa per le persone: innovazione, inclusione e territorio al centro del dibattito
La sostenibilità non è solo una questione ambientale: è prima di tutto una scelta di modello economico e sociale. È questo il messaggio emerso stamane al Festival dell’Economia 2026, dove al Cloud Confcooperative di Piazza Duomo a Trento si è tenuto l’incontro “Sostenibilità e competitività: la via cooperativa al green”. Tre voci a confronto — un’accademica, un leader cooperativo di scala mondiale e un operatore del terzo settore — hanno mostrato come il modello cooperativo sia, nei fatti, una risposta concreta alla sfida della sostenibilità integrata: ambientale, economica e sociale insieme.
«Troppo spesso associamo il termine sostenibilità esclusivamente all’impatto ambientale: è invece fondamentale rafforzare un modello economico che rimetta al centro la persona, dando voce e risposte ai suoi bisogni- ha dichiarato Costa- La forza della cooperazione risiede proprio in questo: nel costruire un’economia che sia realmente al servizio dei cittadini e delle comunità».
Un’impostazione condivisa anche da Yuri Zambon, alla guida di una realtà cooperativa leader mondiale nella produzione di barbatelle, con circa 200 soci, una produzione di 80-90 milioni di piante l’anno e un sistema di esportazioni attivo in 38 Paesi in via diretta e in altri 10 attraverso rapporti di collaborazione, con aziende consociate in America, Nuova Zelanda e Cile. Zambon ha evidenziato come la sostenibilità ambientale non possa prescindere da quella economica e sociale.
«Senza basi economiche solide e un tessuto sociale coeso, è impensabile raggiungere una sostenibilità ambientale duratura. Il modello cooperativo si è dimostrato vincente, ma deve confrontarsi con sfide importanti: i vincoli burocratici, che incidono concretamente sull’operatività, e la necessità di innovazione continua per trattenere i giovani talenti nel nostro Paese».
In questa direzione si inserisce il significativo investimento dei Vivai Cooperativi Rauscedo nella realizzazione e gestione di un centro di ricerca — 7 milioni di euro stanziati per attrarre talenti e contrastare la fuga di cervelli particolarmente acuta nel settore agricolo: un progetto strategico, definito dallo stesso Zambon «senza certezze, ma guidato da una visione», volto a rendere la cooperativa più attrattiva per le nuove generazioni, parlando il linguaggio dell’innovazione, del dinamismo e dell’apertura al cambiamento. Una sfida resa ancora più complessa dai tempi dell’innovazione varietale: sviluppare una nuova varietà resistente richiede investimenti nell’ordine dei 700-800 mila euro e fino a 15 anni prima che possa raggiungere il mercato, con il rischio che nel frattempo le tecnologie siano già state recepite da altri Paesi.
Il tema del coinvolgimento dei giovani e della valorizzazione del capitale umano è stato al centro anche dell’intervento di Martino Orler, che ha portato l’esperienza della Cooperativa Alpi.
«Anche noi registriamo una difficoltà nel coinvolgere le nuove generazioni, ma questo non deve rappresentare un limite: al contrario, deve stimolarci a individuare soluzioni nuove, partendo da un’attenta analisi dei bisogni. È necessario studiare prima di agire, per offrire risposte realmente efficaci e all’altezza delle aspettative».
Orler ha quindi rimarcato l’importanza del confronto tra realtà cooperative e il valore sociale dell’esperienza maturata da Alpi, attiva dal 1990 nell’inserimento lavorativo di persone fragili attraverso percorsi strutturati e laboratori dedicati. Tra le attività concrete: la gestione e il ripristino di circa 15.000 presidi sanitari l’anno e, da oltre un decennio, il recupero di materiali utilizzati nei festival — compreso quello di Trento — per realizzare nuovi oggetti, in una logica di economia circolare.
Donne vittime di violenza, persone con disagi psichici, ex detenuti o ex tossicodipendenti trovano all’interno della cooperativa un’opportunità concreta di riscatto e reinserimento. Percorsi che, come evidenziato durante l’incontro, hanno dimostrato nel tempo di avere un impatto reale e duraturo sui progetti di vita dei partecipanti.
In chiusura, la professoressa Costa ha richiamato l’attenzione sui cambiamenti profondi nelle aspettative e nei valori delle nuove generazioni, soprattutto nel mondo del lavoro.
«Dopo la pandemia si è affermata una tendenza sempre più evidente: le persone, in particolare i giovani, attribuiscono maggiore importanza al benessere psico-fisico e cercano contesti lavorativi capaci di valorizzare l’equilibrio tra vita personale e professionale. In questo senso, il modello cooperativo rappresenta una risposta concreta, ma deve essere raccontato e valorizzato per ciò che realmente è».
Un ulteriore elemento critico individuato riguarda la crescente difficoltà ad accettare tempi lunghi per il ritorno degli investimenti.
«Viviamo in una società orientata all’immediatezza dei risultati. Dobbiamo invece riscoprire una visione di lungo periodo: se nel breve i risultati possono apparire limitati, nel tempo gli investimenti nelle cooperative dimostrano la loro solidità e capacità di generare valore. Per questo è fondamentale continuare a credere nella visione cooperativa, soprattutto nei contesti più complessi e sfidanti».