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L’economia sociale non è un ripiego: è un pezzo di mercato

Al Festival dell’Economia di Trento, l’ITAS Forum mette al centro l’economia sociale come protagonista del mercato, non come settore residuale: 400 mila organizzazioni in Italia con oltre 70 miliardi di fatturato. In Europa rappresenta il 6% del PIL e il 6,3% dell’occupazione.

L’economia sociale europea vale quanto l’intera industria automobilistica. Gianluca Salvatori, segretario generale di EURICSE, ha aperto il Forum ITAS citando i dati del rapporto europeo: 4,3 milioni di organizzazioni nell’UE, 912 miliardi di fatturato (19 Paesi su 27), 6% del PIL, 6,3% dell’occupazione. In Italia 400.000 enti e oltre 70 miliardi di euro, paragonabili all’industria della moda. La tesi di fondo: “Non stiamo parlando di economia sociale tra profit e no profit. Stiamo parlando di un pezzo di economia che agisce nel mercato”. Una logica europea, ha precisato, radicata in 140 anni di storia cooperativa, ben diversa dalla dicotomia anglosassone business/non profit.

Fabiola Di Loreto
, direttore generale di Confcooperative, ha portato i dati del modello cooperativo italiano: 8% del PIL, 7 milioni di fruitori di servizi cooperativi, un prodotto agroalimentare Made in Italy su due da filiere cooperative, oltre il 20% degli sportelli bancari, BCC unica presenza bancaria in più di 700 comuni. Sullo sfondo, le fratture sociali: 2,4 milioni di working poor, 6 milioni di pensionati sotto i 12.000 euro, 1,8 milioni di NEET. Tre le richieste concrete: approvare il Piano d'Azione Nazionale dell'Economia Sociale (già pronto, manca l’ultimo miglio); aprire un tavolo permanente al Ministero; riconoscere formalmente la diversità di modalità d’azione di questi soggetti rispetto agli altri operatori di mercato. “Confcooperative ha deciso di essere al Festival di Trento - ha concluso Di Loreto – facendolo diventare così il festival delle economie. Grazie a Il Sole 24 ore che ha deciso di ampliare la cultura e la trattazione, rendendo l’economia sociale parte integrante del dibattito”.

Sul piano giuridico, Gabriele Sepio, segretario generale della Fondazione Terzjus ETS, ha affrontato la questione della perimetrazione. Nell’economia sociale la logica costi/ricavi salta: la cooperazione ha riserve indivisibili e mutualità non trasponibili nelle categorie di mercato; il terzo settore si finanzia con donazioni e contributi. Nel marzo 2024 la Commissione europea ha riconosciuto — dopo sei anni di negoziato — che questi enti non esprimono capacità economica tassabile perché non hanno la disponibilità della ricchezza che producono. Conseguenza: le norme che li favoriscono non sono eccezioni, ma regole di sistema. “Se continuiamo a pensare che l’economia sociale va avanti grazie a eccezioni”, ha avvertito Sepio, “rivendichiamo noi stessi un ruolo marginale”. Il controvalore di questi enti non sta nel risultato economico in sé, ma nella restituzione alla collettività.

Per Luciano Rova, presidente di ITAS Mutua, il modello mutualistico non è una scelta ideologica ma una forma naturale di fare impresa: l’assicurazione è per definizione condivisione del rischio. ITAS opera su tre pilastri: patrimonio indivisibile; ristorno — il 15% del risultato 2025 verrà restituito a 92.000 soci (2,7 milioni di euro, utilizzabili per la polizza o devoluti al terzo settore); e progetti mutualistici sul territorio attraverso vari progetti, anche affidando agli assicurati stessi la scelta dei progetti da premiare. Le mutue assicuratrici in Italia sono due e valgono circa il 2% del mercato assicurativo, contro il 42% di quello europeo. I numeri, però, confermano la validità del modello: nel 2025 ITAS è cresciuta del 12,5% contro il 6,5% della media del mercato.

Una prospettiva etica è stata portata da Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Attingendo alla tradizione europea di solidarietà e sussidiarietà, Pegoraro ha ricordato come enti religiosi e comunità locali abbiano spesso anticipato di decenni risposte a bisogni che Stato e mercato non riuscivano ancora a vedere. Ha citato la Fratelli tutti di Papa Francesco — la “cultura dello scarto” come banco di prova per qualsiasi modello economico — e ha sollecitato nuovi strumenti di misurazione: il benessere collettivo non si esaurisce in efficienza ed efficacia, né si misura solo in termini monetari.


Autore: Alessandro Girardi