Sette domande al presidente uscente della Federazione, per capire quale idea di cooperazione propone per il futuro del Trentino, tra continuità, ricambio generazionale e presidio dei territori
1. Quali sono, a suo avviso, le tre priorità strategiche per la Cooperazione Trentina nei prossimi anni?
Continuità e stabilità, innanzitutto. Abbiamo accordi e protocolli — con la Provincia autonoma, con FBK, con l'Università, con Euricse — che sono punti di partenza, non di arrivo. Lì dentro c'è il futuro del sistema cooperativo trentino e vanno messi a terra senza disperdere il lavoro fatto.
La seconda priorità è il passaggio generazionale: un impegno concreto per avviare un percorso reale di successione alla presidenza della Federazione che possa avere uno sguardo più ampio verso il futuro.
La terza è rafforzare l'unità. Quando siamo stati compatti abbiamo ottenuto risultati concreti e riconosciuti. Dobbiamo tornare a parlare con voce autorevole, tenere insieme le differenze e trasformarle in punto di forza, non di debolezza. Coinvolgendo in maniera unitaria anche le cooperative più piccole e periferiche.
2. Se venisse eletto, qual è il primo problema che affronterebbe nei primi 100 giorni di mandato?
Il primo atto sarà costruire la squadra: definire con il nuovo consiglio di amministrazione le priorità condivise e le linee strategiche del mandato. Senza una direzione chiara e collegialmente assunta, ogni azione rischia di essere frammentata. E quella direzione ha già una bussola: il protocollo con la Provincia autonoma di Trento, che traccia la traiettoria da seguire e da cui non ci si deve discostare.
È l'accordo più impegnativo che abbiamo siglato — settembre 2025 — e contiene progettualità che riguardano tutti i settori: casa, welfare territoriale, Progettone, appalti, credito nelle zone periferiche. Siamo appena all'inizio e il rischio, in un momento di transizione, è che si perda lo slancio.
Un esempio concreto: abbiamo perso di recente un appalto per l'assistenza domiciliare a favore di una realtà fuori provincia. Al punto 19 del protocollo c'è la risposta: lavorare con la Provincia per introdurre nei bandi accorgimenti che tutelino le cooperative radicate nel territorio. Questo va messo a terra subito.
3. Come immagina il ruolo della Federazione: più rappresentanza politico-sindacale, più servizi alle cooperative o un equilibrio diverso?
La Federazione è già entrambe le cose, e deve restarlo. Ma c'è una funzione che voglio rafforzare: quella di sistema integratore. La cooperazione trentina è fatta di cinque settori con bisogni e prospettive differenti. Il compito della Federazione è tenerli insieme, facendo sintesi e non di appiattirli.
Per questo voglio rafforzare i Comitati di settore: non come luoghi di rappresentanza formale, ma come antenne vive del movimento. La Federazione deve saper raccogliere gli stimoli che arrivano dalle cooperative, rielaborarli e restituirli sotto forma di progetti concreti, di soluzioni, di programmi. Darò più responsabilità ai vicepresidenti come guide dei rispettivi ambiti. La struttura tecnica della Federazione è eccellente, ci viene invidiata: va preservata. Ma dietro ai tecnici ci vuole un Consiglio e un movimento, che orienta, decide e risponde. Così com’è stato negli ultimi anni.
4. Quali sono oggi i principali punti di forza del sistema cooperativo trentino su cui costruire il futuro? E quali, invece, le fragilità o criticità più urgenti da affrontare?
Il punto di forza principale è lo stato di salute reale del sistema: 4 miliardi di fatturato, credito patrimonialmente solido, struttura federativa competente. Lo dico con convinzione: troppo spesso in questi mesi ho sentito descrivere una cooperazione in crisi. Non è così. Siamo articolati, e non tutte le realtà godono di ottima salute, ma complessivamente siamo solidi e attrezzati.
La fragilità più urgente è il ricambio generazionale. Quando ne parliamo in teoria siamo tutti d'accordo; quando proviamo a calarlo nella realtà le resistenze emergono. L'inverno demografico rende il problema esistenziale: i giovani sono pochi, hanno molte alternative. Dobbiamo costruire percorsi reali di affiancamento, non limitarci alle dichiarazioni di principio. E su questo fronte voglio investire in progetti intercooperativi concreti — su temi come l'integrazione dei migranti e il diritto alla casa — che coinvolgano più cooperative insieme, mettendo a sistema competenze e risorse del movimento.
5. In che modo la Federazione può supportare le cooperative nella transizione economica e sociale in atto (digitalizzazione, sostenibilità, ricambio generazionale)?
Con alleanze strutturate. Ad esempio, l'accordo con FBK porta ricerca applicata — su sociale e consumo — che impatta concretamente sui processi produttivi. Il mondo va più veloce del nostro pensiero e dobbiamo aggiornare competenze, tecnologie, modelli organizzativi.
Con l'Università formeremo i cooperatori di domani, introducendo le materie cooperative nei percorsi di studio. Sul tema energetico, le cooperative non sono solo risparmio: creano legami di comunità e presidiano le periferie. Sulla questione migranti — che riguarda tutti i settori, dal sociale all'agricoltura al credito — il protocollo con la Provincia prevede un percorso integrato: accoglienza, lingua, formazione, lavoro, casa. A questo si aggiunge la collaborazione con Euricse, che ci fornisce la ricerca e gli strumenti per leggere le trasformazioni in corso e orientare le scelte del sistema.
6. Che rapporto intende costruire con il territorio e le istituzioni locali, nazionali ed europee?
Localmente, una presenza più costante nelle valli e nei settori. Lo riconosco: su questo potevamo fare di più. Ma i vicepresidenti come riferimenti territoriali e i comitati di settore come luoghi di confronto periodico sono la base giusta su cui lavorare.
A livello nazionale i rapporti con Roma non sono mai stati così solidi: sono vicepresidente vicario di Federcasse, siedo nel consiglio di Confcooperative, abbiamo portato la cooperazione al Festival dell'Economia. Queste relazioni vanno mantenute e approfondite, non disperse. A livello europeo, abbiamo già un referente a Bruxelles e lavoreremo per accedere insieme a nuovi bandi/progetti europei attraverso gli accordi stipulati.
7. Qual è la sua visione di lungo periodo: come dovrebbe essere la cooperazione trentina tra 10 anni?
Una cooperazione che abbia saputo salvaguardare quello che le macchine non possono replicare: l'intelligenza relazionale, la capacità di stare nelle comunità, la prossimità con le persone. In un mondo sempre più tecnologico, restare banche di prossimità, cooperative di cura, presidi di territorio non è debolezza: è il nostro vantaggio competitivo.
Tra dieci anni vorrei una nuova generazione di presidenti già formati e affiancati, processi produttivi aggiornati, e le periferie presidiate da realtà cooperative vitali che creano legami di comunità laddove il mercato non arriva. La cooperazione è lo strumento per portare avanti l'economia in maniera etica e coesa. Serve ancora, oggi più di 130 anni fa.
