Intervento di Annibale Salsa

Visito spesso il Trentino con grande interesse e sono colpito dalla vostra sensibilità verso la dimensione comunitaria del vivere sociale. Ho detto recentemente, nel congresso nazionale di Predazzo, che l’impegno del CAI vuole segnare una svolta storica, che non è un tradimento della tradizione, ma un rinsaldamento della tradizione dei nostri padri fondatori, di quel Quintino Sella, ministro delle finanze, che ebbe un ruolo importantissimo nella costruzione del nostro sodalizio. Qual è questo salto di paradigma? In una frase: la montagna da spazio ludico-ricreativo a spazio sociale. Questo riferimento va proprio nella direzione che ho sentito attraverso le parole del presidente Schelfi.

Credo anch’io che la montagna, e le Alpi in particolare, rappresentino uno spazio forte di tipo transfrontaliero, e quindi credo che anche l’istituto dell’Euroregione vada nella direzione della storia delle Alpi. Che è una storia transfrontaliera, e non una storia di ripiegamento dentro l’hortus conclususdi una valle, o di una Regione, o di una Nazione. Una storia che va oltre i confini, oltre gli spartiacque, che fanno sì che la montagna alpina sia non una barriera, come è stata purtroppo negli ultimi duecento anni, bensì una cerniera. Questa visione delle Alpi come spazio-cerniera è la dimensione nella quale noi vogliamo collocarci.

Io stesso, come cittadino del Nord-Ovest, mi riconosco in quella nuova Euroregione delle Alpi occidentali e Mediterraneo che attraverso la cerniera delle Alpi Occidentali mette insieme il Piemonte, la Liguria, la Valle d’Aosta da una parte, e la Provenza, il Delfinato e la Savoia dall’altra: anche di là c’è questa tradizione, perché le Alpi sono sempre state un elemento di cerniera. Allora ben vengano queste esperienze: le Alpi, più di altre montagne, realizzano oggi quella voglia di comunità alla quale ci richiama il sociologo polacco Zygmunt Bauman. Voglia di comunità in una società tardomoderna che, ahimè, attraversa la patologia dell’iperindividualismo, di certe forme di liberismo selvaggio, di sostituzione del reale con il virtuale (come abbiamo visto di recente nel rapporto economia-finanza), del sostanziale con l’effimero.

Questo messaggio che viene dal Trentino, regione che ha una grande tradizione legata al cooperativismo di tradizione bavaro-tirolese, è un messaggio forte per tutte le popolazioni delle Alpi. La marginalità della montagna non è un fatto geografico, non è un fatto riconducibile alla geomorfologia o all’orografia, ma è un fatto – ahimè – culturale. Se la cultura non precede la politica, e quindi non si va nella direzione di una dimensione prepolitica, credo si rischi di cadere nel tecnicismo politico-partitico. La cultura deve fondare questo messaggio. Del resto, la tradizione delle comunità alpine è una tradizione che risale all’alto medioevo, e che poi la modernità in qualche modo ha sfrangiato, dissolto, creando delle situazioni di disagio sociale, esistenziale, identitario. Credo che le Alpi abbiano la vocazione, inscritta profondamente nel loro Dna storico-culturale, di essere una comunità transfrontaliera, che guarda oltre quelle che sono le linee di spartiacque. D’altronde, il modello idrografico è quello che ha distrutto le Alpi: risale al modello francese della fine del Seicento, e ha tracciato frontiere che oggi, grazie alla nuova visione europeistica, sono tornate ad essere semplicemente confini.

La montagna alpina educa al rafforzamento dell’interazione sociale, della collaborazione e dello spirito comunitario. Credo che anche l’associazionismo alpino debba muoversi in questa direzione. Non possiamo più pensare alle Alpi come alla Disneyland dei cittadini, come a un divertimentificio per il fine settimana. Dobbiamo guardare alla montagna alpina come allo spazio dove si costruiscono buone pratiche, buone pratiche di cui la vostra è sicuramente un esempio magistrale. Dove si costruiscono buone pratiche della quotidianità, basate sulla laboriosità, sul senso del lavoro, sul senso del dovere, sul risparmio, sul non-spreco (cito ancora Quintino Sella, che diceva che la forma migliore di investimento è il risparmio). Credo che questi debbano essere i valori fondativi di tutte le comunità delle Alpi, del Nord Ovest come del Nord Est. Le Alpi possono diventare – lo dico con piena consapevolezza – il laboratorio di nuovi valori. I valori cambiano: la società si trasforma rapidamente, e noi dobbiamo contestualizzare le nostre esperienze all’interno del presente storico. Ma dobbiamo guardare al futuro, perché qui ci sono le ragioni per poter credere nel futuro, secondo un ottimismo della volontà.