Domande e risposte

Cosa significa mutualità?

Mutualità significa reciprocità, un atteggiamento che considera sempre, sia nel fare quotidiano che nella definizione degli obiettivi, la ricaduta dell’agire di ciascuno sull’altro oltre che sulla cooperativa nel suo insieme. Reciprocità e mutualità sono la caratteristica fondante e fondamentale di una cooperativa, non ritrovabile in altre forme di impresa, dove la stretta divisione dei compiti e il raggiungimento di obiettivi separati spesso sono a discapito di un reciproco e mutuo aiuto.

 

In quali settori operano le cooperative?

Le cooperative operano in quasi tutti i settori dell’economia e del sociale. Esistono cooperative agricole, che lavorano nel campo della produzione e trasformazione dei prodotti agricoli; cooperative di abitazione, che operano nel settore edilizio, spesso con progetti che assicurano il minor impatto ambientale; cooperative sociali, che sono presenti nella gestione dei servizi alla prima infanzia, agli anziani, ai portatori di handicap; cooperative di lavoro, promosse da persone, soprattutto giovani, che si mettono insieme per produrre beni e servizi; cooperative di consumo, che operano nel campo della distribuzione commerciale e cooperative di credito, che in Trentino continuano a portare il nome di Casse Rurali.

Il fatto che molte cooperative riescano spesso ad ottenere risultati migliori sul mercato rispetto ad altri tipi di impresa significa che è superato quel limite che si diceva esistere della difficoltà a lavorare sul mercato delle cooperative stante la loro forma sociale. Le cooperative riescono ad essere competitive tanto quanto le altre imprese.

 

Come e perché nasce la Cooperazione Trentina?

In un’ottica di lungo periodo si può dire che la cooperazione è servita per gestire un passaggio molto delicato ed importante: quello da un’economia di sussistenza, basata sull’autoconsumo, ad un’economia di mercato.

Storicamente sono fondamentalmente tre in Trentino gli ambiti in cui la cooperazione si è inserita a partire dal 1890. Il primo è il settore del credito, consentendo l’accesso al credito di fasce marginali della popolazione, i contadini e i piccoli artigiani, ai quali il circuito bancario tradizionale negava credito, perché queste persone non erano in grado di offrire sufficienti garanzie. Il secondo ambito è quello del mercato del consumo, che ha consentito alle persone, ancora una volta contadini e le piccole famiglie artigianali, di potersi approvvigionare di generi alimentari e scorte agrarie al miglior rapporto prezzo-qualità, svolgendo un’importante funzione di calmiere del mercato. Infine, il terzo ambito in cui si è inserita la cooperazione è quello della commercializzazione dei prodotti agricoli. Attraverso i magazzini frutta, le cantine sociali, i caseifici sociali è stato possibile dare forza e potere contrattuale ai piccoli contadini nel rapporto con i grossisti speculatori, i quali fino a quel momento avevano fatto il mercato, imponendo i prezzi di ritiro dei prodotti.

 

Quali sono i valori e i principi della Cooperazione Trentina?

Ogni organizzazione, come del resto ogni persona, fonda il proprio agire su una serie di valori riconosciuti; così è anche per le imprese cooperative. Nel 2007 la Federazione Trentina della Cooperazione, con un esteso coinvolgimento della base cooperativa, ha varato la Carta dei valori della Cooperazione Trentina. Al primo posto è stato inserito il valore della democrazia, che si esprime nel principio “una testa, un voto” ed è fondamentale per distinguere il modello cooperativo dalle altre tipologie di impresa. Seguono gli altri valori: reciprocità, eguaglianza, mutualità e solidarietà, profitto cooperativo e intergenerazionalità, equità, rispetto e fiducia, merito, attenzione verso gli altri e umiltà, intercooperazione, onestà, trasparenza, pace, responsabilità social, sviluppo sostenibile, libertà, sussidiarietà, aiuto reciproco.

 

La Cooperazione può essere un’alternativa all’economia capitalistica?

Se pensiamo al contesto italiano di oggi, le circa 70.000 imprese cooperative costituiscono di fatto un’alternativa al mercato capitalistico. Le imprese speculatrici hanno come obiettivo finale quello di appropriarsi del profitto, di creare maggior valore possibile per poi prenderselo, mentre le imprese cooperative nascono con lo scopo di soddisfare i bisogni dei soci: per dare credito e beni alimentari a chi ne fa richiesta, per fornire occasioni di lavoro a chi ne ha bisogno e per dare servizi di cura alle persone che ne necessitano. Quindi è vero che le imprese cooperative sono in termini assoluti un numero tutto sommato contenuto dell’intero panorama imprenditoriale, ma è anche vero che quelle imprese operano in settori-chiave ed arrivano molto spesso direttamente al consumatore finale, all’utente finale. E questo fa dell’impresa cooperativa una forza straordinaria.

 

Chi è il proprietario della cooperativa?

Il proprietario della cooperativa sono i soci ed è una proprietà diffusa perché, in funzione del numero dei soci, la pro-quota, la proprietà si distribuisce. Questo tema introduce una questione sulla quale si dibatte da tanto tempo, ovvero il tema del ristorno. Il socio della cooperativa è anche proprietario della cooperativa ma non ha vantaggi economici dal fatto di essere proprietario; quindi è come se fosse proprietario di un pezzetto di capitale che è la cooperativa stessa ma non ha un ristorno economico. Una cooperativa infatti può generare un avanzo di esercizio positivo, quello che nelle imprese normali si chiama utile. Nelle società per azioni questo utile può essere distribuito sotto forma di dividendi. Ci si domanda quindi perché non potrebbe essere distribuito anche ai soci sotto forma di ristorno. Questo è il quesito intorno al quale si sta ragionando. Naturalmente ci sono vantaggi e svantaggi, perché dentro una cooperativa lavorano sia soci dipendenti che dipendenti che non sono soci e che concorrono tutti alla costruzione di questo avanzo. Perciò chi avrebbe il diritto di beneficiarne? Soltanto il socio? Si tratta di un tema molto complicato e molto aperto ma sicuramente interessante.

 

Cosa significa “una testa un voto”?

Solo nella cooperativa esiste questa possibilità, ovvero che il socio, ciascun socio esprima il proprio “peso” in termini di voto. Non ci sono, come in una società per azioni, pacchetti azionari di maggioranza e di minoranza per cui le decisioni ovviamente risentono dell’aggregarsi o disgregarsi delle maggioranze.

In una cooperativa, ogni socio ha lo stesso diritto dell’altro di esprimere la propria opinione e quindi il suo assenso o il suo diniego rispetto alle decisioni che vengono poi assunte in Consiglio di amministrazione o in assemblea.

 

Perché decidere di diventare socio di una cooperativa e come fare?

Innanzitutto si tratta di una decisione di ordine personale e legata alla visione del mondo di ciascuno di noi. Questo perché decidere di entrare in una cooperativa vuol dire avere chiaro in testa che non si entra per avere un profitto ma per scambiare competenze, per percorrere insieme una strada di mutuo e reciproco aiuto. Significa condividere una visione di bene comune calato negli obiettivi della singola cooperativa, che può essere una cooperativa agricola, piuttosto che una cooperativa sociale, piuttosto che una cooperativa di consumo. In ogni caso l’idea centrale è il raggiungimento di un benessere che sarà poi condiviso; quindi è richiesta la disponibilità anche a non tenere una stretta contabilità di quanto ciascun socio fa ma dell’insieme del lavoro fatto per il raggiungimento dell’obiettivo.

E’ piuttosto facile diventare soci di una cooperativa o per lo meno decidere di diventare socio di una cooperativa. Basta inoltrare una domanda al Consiglio di amministrazione della cooperativa che valuterà e deciderà in che misura il profilo e le intenzioni della persona sono coerenti con quello che è lo scopo della cooperativa.

Va detto inoltre che ci sono vari tipi di socio. Quando si decide quindi di diventare socio di una cooperativa, bisogna anche specificare se il proprio apporto sarà in termini di sostegno economico alla cooperativa, quindi un socio sostenitore, piuttosto che un socio lavoratore, un socio volontario o un socio fruitore. Una volta identificata la categoria alla quale si ritiene di essere più adatti a diventare soci, si tratta di un processo abbastanza semplice dal punto di vista formale.

 

Se sono socio di una cooperativa quali sono i miei doveri e i miei diritti?

Il primo dovere di un socio è partecipare alle assemblee. L’assemblea annuale è un momento molto importante per la cooperativa perché, al di là degli adempimenti formali come ad esempio l’approvazione del bilancio, è il momento nel quale si rende conto dell’attività della cooperativa e quindi anche dei progetti che sono stati realizzati e di quelli che si intendono realizzare.

Il secondo dovere è quello di avere sempre come obiettivo principale il raggiungimento del bene comune. Questo non è sempre facile nel day by day perché significa anche tarare il proprio lavoro in funzione sì del raggiungimento del benessere comune, ma anche dell’obiettivo specifico.

Per quanto concerne i diritti, far parte di una cooperativa è già un grande diritto. Importante poi, in particolare al giorno d’oggi, avere il diritto di voto. Infine c’è il diritto ad avere un eventuale ristorno.

 

A chi conviene lavorare in cooperativa?

A tutti conviene lavorare in una cooperativa; sia a persone che hanno competenze, profili e vivono il lavoro in piena normalità ma anche a persone che portano invece qualche handicap e che in un’impresa che opera sul mercato farebbero molta difficoltà a trovare una collocazione. La cooperazione invece accoglie anche questo tipo di lavoratore; non solo lo accoglie ma si fa carico anche della sua acquisizione di competenze e garantisce una supervisione. Non va dimenticato infatti che comunque la cooperativa deve rispondere ai principi della competitività, deve avere i suoi punti di forza, deve vincere sul mercato dovendosi confrontare con imprese che hanno obiettivi completamente diversi. Si può quindi affermare che il mondo cooperativo costituisce una grande opportunità anche per la collocazione di persone che non hanno pienamente a disposizione tutte le loro capacità fisiche o a volte anche psichiche.

Quando parliamo di lavoratori, dobbiamo poi ricordarci della figura del socio lavoratore. Egli è contemporaneamente colui  che svolge un compito assegnato all’interno di un organigramma ben preciso ma anche colui che è parte della cooperativa e che con il suo lavoro cerca di raggiungere il meglio, sempre attento ai principi di reciprocità e di mutuo aiuto che sono la caratteristica base delle cooperative. Questi principi non si ritrovano necessariamente in altri tipi di imprese, dove la cosa importante è adempiere pienamente alla mansione che è stata assegnata all’interno della gestione delle risorse in una visione abbastanza individualistica e non di sistema di lavoratori nel loro insieme.

 

Quali sono gli strumenti finanziari del movimento per il sostegno ad una impresa cooperativa?

A sostegno dello sviluppo delle imprese del movimento cooperativo trentino è stato costituito Promocoop, il fondo mutualistico della Cooperazione Trentina. Il fondo si alimenta con la raccolta del 3% degli utili realizzati e devoluti dalle cooperative. Promocoop è impegnata nel sostegno dell’imprenditoria giovanile e femminile, in quanto crede che questo tipo di imprese siano il futuro della cooperazione trentina.

Inoltre, il fondo concorre al sostegno dei programmi diretti all’innovazione tecnologica, all’incremento dell’occupazione, alla formazione, alla divulgazione della cultura cooperativa, nonché allo sviluppo della ricerca su tematiche cooperative.

Le forme di intervento messe in atto da Promocoop a supporto delle cooperative trentine sono molteplici. Può, ad esempio, entrare nel capitale sociale  oppure intervenire nell’abbattimento oneri su finanziamenti concessi alle start up in modo da poter rendere minimi gli interessi a loro carico.

Inoltre, dal 2011 Promocoop gestisce il fondo partecipativo con il quale entra nel capitale di rischio delle imprese cooperative attraverso dei finanziamenti misti pubblico-privato, per il 51% con fondi privati di imprese del movimento cooperativo trentino e per il 49% con fondi pubblici della Provincia.

Con questo strumento offre una leva finanziaria molto importante a sostengo dei progetti di investimento delle imprese del nostro territorio.

 

Quali altre forme di finanziamento ci sono a disposizione per le nuove imprese cooperative?

Molte Casse Rurali hanno avviato progetti per sostenere la nascita di nuove imprese. La Rurale di Trento, ad esempio, ha ideato ‘Diamoci un futuro’, un fondo che finanzia start up promosse da giovani, alimentato dai soci e clienti dell’istituto che rinunciano alla metà degli interessi maturati su uno specifico conto deposito. I richiedenti possono beneficiare di un affidamento di importo massimo pari a 50.000 euro della durata di 5 anni. La valutazione del progetto da parte di soggetti qualificati consente al giovane imprenditore di avere consapevolezza della bontà o meno della propria proposta. Dopo i primi mesi di avvio dell’iniziativa, il conto deposito dedicato al progetto sottoscritto da soci e clienti aveva già superato i 2 milioni di euro, permettendo di incrementare il “Fondo di garanzia” e quindi di mettere a disposizione dei giovani imprenditori un ulteriore finanziamento di circa 32.000 euro che si aggiunge al milione di euro di partenza messo a disposizione dalla Cassa stessa.

All’interno del movimento cooperativo altre esperienze meritano di essere segnalate. La Rurale di Fiemme, per esempio, ha in cantiere un innovativo progetto che si chiama "Bottega di Fiemme", sviluppato con la partnership con la cooperativa The Hub e la Fondazione Ahref, e mira a dare possibilità e speranze ai giovani della valle. La Cassa attrezzerà nella sede di Tesero uno spazio destinato al co-working dove i giovani imprenditori avranno la possibilità di avere un luogo a disposizione per lavorare, per confrontarsi, per organizzare eventi e attività culturali diverse.

 

Quali incentivi ci sono alla nascita di nuove imprese cooperative?

Per le spese di costituzione di una nuova impresa cooperativa è possibile chiedere il rimborso delle spese del notaio, fino a un massimo del 50%. Inoltre, sono previsti dei contributi in conto capitale, fino a un massimo del 50%, per coprire i costi di avvio di nuove imprese a partecipazione maggioritaria giovanile, cioè fino a 35 anni di età, o femminile. In particolare sono ammessi i costi, sostenuti nei primi cinque anni di attività, relativi le spese del notaio, le spese per consulenze, gli interessi su finanziamenti bancari fino a 50 mila euro, l’affitto di impianti e attrezzature varie e spese per utenze generali, come l’acqua, il riscaldamento.

La legge unica per l’economia della Provincia di Trento sostiene invece gli investimenti fissi. Questi contributi arrivano fino al 30%. Per quanto riguarda l’acquisizione di consulenze esterne specialistiche il contributo può arrivare fino al 50%.

Inoltre, periodicamente abbiamo tutta una serie di bandi emessi da enti pubblici che sostengono delle iniziative particolarmente meritevoli e innovative, come ad esempio il Seed Money, proposto da Trentino Sviluppo, oppure delle nuove idee imprenditoriali finanziate dall’Agenzia del lavoro.

 

Come vengono ripartiti gli utili in cooperativa?

La distribuzione degli utili segue regole diverse a seconda del tipo di cooperativa.

Se la cooperativa è a mutualità non prevalente, cioè se sostanzialmente non ci sono regole particolari sulla distribuzione degli utili ai soci e correlativamente non ci sono neanche però particolari vantaggi fiscali per la società, allora la distribuzione degli utili viene regolata dai principi generali che valgono per tutte le società. Vengono quindi distribuiti secondo i criteri stabiliti nell’atto costitutivo, cioè in proporzione ai conferimenti per persone, in proporzione ai risultati dell’attività...

Se la cooperativa è a mutualità prevalente, come lo sono la stragrande maggioranza delle cooperative attualmente operative, allora c’è un vincolo legale di destinazione di buona parte degli utili a riserva indivisibile, cioè in generale il 30% degli utili, che sale al 70% nelle Casse Rurali, deve essere obbligatoriamente destinato a riserva indivisibile. Ciò vuol dire che anche se la società si scioglie o cessa la propria attività per qualunque causa quel patrimonio lì non può essere distribuito ai soci in fase di ripartizione, ma segue una strada diversa cioè va, assieme ad un altro 3%, ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione, che sono sostanzialmente dei fondi di rotazione che il movimento cooperativo crea e distribuisce tra le cooperative per sostenere progetti imprenditoriali particolarmente significativi.

La restante parte degli utili può essere anche distribuita ai soci. Se non viene distribuita, viene anche quella accantonata in buona parte, come normalmente avviene, a ulteriore riserva indivisibile; anche questi utili non concorrono a formare la base imponibile per le imposte che gravano sul reddito della società. Se invece gli utili vengono distribuiti, vengono naturalmente anche tassati.

Gli utili vengono ripartiti secondo i criteri che lo statuto stabilisce; possono quindi essere distribuiti in parti uguali oppure, come normalmente avviene nei ristorni, in proporzione alla quantità e qualità dello scambio mutualistico con la cooperativa da parte del socio. Ciò significa che il socio che più ha lavorato con e per la cooperativa, che più ha conferito, che più ha acquistato, a seconda del tipo di cooperativa, riceve una proporzionalmente maggiore remunerazione.

 

Come vengono distribuiti gli utili in Cooperativa?

Dipende da cosa si intende per utile, in quanto si tratta di un concetto un po’ vago.

Se per utile si intende la differenza fra ricavi meno costi, quindi il residuo che rimane al termine dell’attività annuale o periodica dell’impresa, allora questo viene normalmente ridistribuito nelle cooperative attraverso il ristorno, che è una forma di restituzione ai soci del prodotto o di distribuzione ai soci del valore prodotto in proporzione al contributo che i soci hanno dato all’attività dell’impresa. Dunque ad esempio nel caso di una cooperativa di lavoro il ristorno sarà la quota parte non distribuita in salari che rimane alla fine dell’esercizio annuale e verrà ridistribuita in base agli stessi criteri con cui sono stabiliti i salari, cioè metà a chi è part-time rispetto a chi lavora full-time e poi a seconda anche della qualità delle risorse umane di ogni singolo lavoratore; dipende da come la cooperativa si organizza. Se invece è una cooperativa di consumo, il ristorno sarà la quota parte che rimane a fine anno che viene restituita ai soci che hanno pagato un prezzo più alto per i beni e i servizi acquistati.

Se invece per utile si intende quello che è l’utile di bilancio, dove i ristorni vanno a finire nei costi in sede di bilancio e quindi si fa riferimento a ciò che avanza al termine dell’anno nel bilancio, normalmente non viene distribuito, ma viene in buona parte spesso totalmente assegnato a riserva indivisibile. Se si opta per la distribuzione, la possibilità di distribuire questi utili sulla base delle quote di capitale versate è limitata dalla legge.

 

Quali sono i vantaggi fiscali per le cooperative?

Esiste un’idea diffusa che le cooperative abbiano grandi vantaggi fiscali, anche se nella realtà ciò non è vero. Dobbiamo distinguere tra due tipologie di vantaggi: quelli che valgono per tutte le cooperative e quelli che riguardano singole tipologie di cooperative.

Nel primo gruppo c’è una sola tipologia di vantaggio, peraltro differenziata a seconda delle cooperative, e riguarda l’esenzione dall’IRPEG per gli utili non distribuiti. Va però precisato che fino al 2003 tutte le cooperative erano totalmente esenti da IRPEG sugli utili non distribuiti cioè portati a riserva e quindi portati a far parte del patrimonio della cooperativa. Dal 2003, invece, c’è una tassazione differenziata: si va da cooperative, come le cooperative sociali, dove praticamente non si paga IRPEG sugli utili portati a riserva, fino alle cooperative di consumo che hanno un’esenzione molto più limitata, che si aggira intorno alla metà degli utili portati a riserva.

Per quanto concerne invece i benefici fiscali che riguardano singole tipologie di cooperative, si può dire ad esempio che le cooperative sociali hanno l’IVA al 4% e non pagano oneri sociali sui lavoratori svantaggiati assunti. Nelle cooperative di lavoro, invece, il ristorno sui salari non è soggetto a oneri sociali. Si tratta dunque di piccoli vantaggi che sono specifici singola cooperativa per singola cooperativa.

La cosa interessante è che, poiché le cooperative distribuiscono più valore al lavoro rispetto alle imprese di capitali e in particolare rispetto alle S.P.A., la conclusione è che, se noi guardiamo non tanto ai singoli benefici fiscali ma all’ammontare di imposte complessive pagate rispetto al valore della produzione, le cooperative pagano più tasse delle S.P.A.

 

A chi posso chiedere aiuto per fondare una nuova cooperativa?

CreaImpresaCoop è una rete di soggetti costituita per promuovere e accompagnare la realizzazione di idee imprenditoriali in forma cooperativa. La rete è in grado di fornire ogni tipo di supporto e consulenza necessari per la definizione, la costituzione e la gestione dell’impresa cooperativa, nonché per il reperimento delle risorse finanziarie.

Attraverso questi sportelli collegati in rete, le persone che intendono sviluppare un progetto di impresa possono ricevere informazioni, orientamento ed essere guidate nell’analisi dei loro bisogni specifici.

Questi sportelli sono situati prevalentemente a Trento e a Rovereto, presso il CAT Cooperazione della Federazione Trentina della Cooperazione, la Cassa Rurale di Trento, Promocoop Trentina, Impact Hub Trentino. La rete vorrebbe poi ampliarsi su tutto il territorio provinciale attraverso il coinvolgimento di altri soggetti in grado di aprire degli sportelli nuovi che possono poi offrire questo tipo di consulenza in modo capillare.

 

Perché si dice che le cooperative sono imprese di comunità?

Essendo imprese di persone le cooperative sono formate da soggetti che hanno una residenza tendenzialmente stabile e quindi servendo le persone di fatto servono anche la comunità. Inoltre molte cooperative, non quelle di lavoro normalmente, ma le altre, le agricole per esempio, o quelle di consumo, adottano il principio della porta aperta, cioè qualsiasi persona che risieda nell’ambito dell’operatività e quindi del territorio in cui opera la cooperativa e ha bisogno o intende usufruire dei servizi della cooperativa di solito può diventare socio; c’è quasi un diritto a diventare socio. E infatti a fronte della richiesta di diventare socio, questa può essere respinta solo in presenza di fatti gravi, cioè di ragioni importanti, altrimenti il Consiglio di amministrazione è obbligato di fatto ad accettarti come socio. Questo fa sì che la cooperativa essendo di persone non possa delocalizzare e alla fine diventi un’impresa del territorio. In più nel caso italiano le cooperative, quelle cosiddette a mutualità prevalente, hanno un vincolo sulla distribuzione del patrimonio, cioè in caso di scioglimento o di vendita dell’impresa, i soci non possono appropriarsi di nessun valore acquisito attraverso la vendita. Tutto va ai fondi mutualistici, tranne le quote di capitale sociale versate. Questo rende di fatto l’impresa cooperativa un’impresa della comunità; tendenzialmente la cooperativa rimane a vita, ha una sopravvivenza molto lunga e diventa di fatto un bene della comunità.

 

Come hanno risposto le cooperative alla crisi?

Le cooperative hanno reagito alla crisi in modo anticiclico più delle altre forme di imprese. Da molti dati emerge che le imprese cooperative hanno performato meglio delle imprese di capitali. Da un’indagine di EURICSE, che poneva a confronto cooperative e S.P.A. sul totale nazionale, è risultato che le cooperative hanno accresciuto il valore della produzione di 6 volte rispetto alle S.P.A. e ovviamente hanno mantenuto l’occupazione più delle S.P.A. Questo perché essendo imprese che servono dei soci che hanno un certo bisogno, e ovviamente la crisi non diminuisce i bisogni, le cooperative tendono a mantenere l’attività produttiva pagando ovviamente la crisi soprattutto in termini di profitti, cioè fanno meno utili, addirittura hanno avuto anni con utili complessivi negativi, ma tutelano maggiormente l’occupazione e ovviamente anche la produzione. Facendo un calcolo approssimativo, se le S.P.A. si fossero comportate come le cooperative in questi anni avremmo avuto 100.000 posti di lavoro in più.